Dettaglio del collage di Maria Jazmín Gómez Roitberg: porzione di mappa geografica a esagoni nei toni del viola, del blu e del terracotta, specchiata e ruotata, con curve di livello e toponimi di Milano e Brianza. Sopra, un fiore bianco essiccato da portamento pendulo

CHI SONO

Stefania Donzelli

Dalla ricerca sociale all’outdoor education, accompagno percorsi di formazione e offro consulenze per nidi, scuole dell’infanzia e servizi educativi in Lombardia, tra Milano e la Brianza, e online.

Ritratto di Stefania Donzelli sorridente, capelli ricci castani, all'aperto vicino al tronco di un platano a Villa Silva Ghirlanda, con alberi e cielo sullo sfondo in una giornata autunnale.

Il mio percorso

Nasco come ricercatrice nel campo delle scienze sociali e per diversi anni lavoro all’International Institute of Social Studies (ISS) dell’Erasmus University Rotterdam, dove conseguo un dottorato. 

Poi, stregata dall’educazione all’aperto, inizio a lavorare nei boschi accanto a bambini e bambine. Infine, approdo alla formazione per educatori e insegnanti della prima infanzia, mettendo in dialogo questi due percorsi.

Dall’università, porto uno sguardo critico sui contesti: l’abitudine a interrogarmi su come sono organizzati e come potrebbe essere altrimenti. Dai boschi, un approccio più attento al corpo, ai luoghi e alle relazioni.

Da questo intreccio nasce il mio modo di lavorare, che tiene insieme ricerca e pratica e si sviluppa nel dialogo con chi abita ogni giorno i contesti educativi per aprire possibilità di trasformazione concreta. 

Il mio sguardo

Sono rimasta affascinata dall’educazione all’aperto perché fuori incontriamo un mondo ricco, vivo, spesso sorprendente. Per chi educa, questo richiede apertura al cambiamento, capacità di cogliere le occasioni di apprendimento sul momento e disponibilità ad accompagnare, anziché controllare, le esperienze educative. 

Gli spazi esterni sono dunque contesti dove cogliere meglio l’agentività di bambini e bambine, il loro essere, già nel presente, soggetti competenti che esplorano, scelgono, danno forma alle proprie esperienze: persone in crescita che si preparano all’età adulta e, al contempo, attori sociali che trasformano spazi, relazioni e significati nel qui e ora. 

Eppure il fuori non è ugualmente accessibile a tuttə. Le stesse caratteristiche che lo rendono interessante e stimolante – per esempio, la varietà degli stimoli e l’imprevedibilità – possono trasformarsi in barriere che, a volte in modo sottile, a volte in modo più evidente, limitano accesso e partecipazione.

Riconoscere tali barriere porta a ripensare il rapporto di ciascuno con il contesto. In particolare, questo ci aiuta a riconoscere quanto spesso si progetti a partire da un “bambino standard” e come, invece, si possa mettere al centro la varietà dei modi di percepire, muoversi, comunicare e stare in relazione. 

L’outdoor e l’inclusione non esauriscono il mio lavoro, ma rappresentano il punto di partenza per attraversare altri temi dell’educazione contemporanea – dal rapporto con le famiglie alla progettazione degli spazi, fino all’osservazione e alla documentazione. È dal fuori che rileggo il dentro e le relazioni nei contesti educativi.

La parola inclusione

“Inclusione” è un termine ampiamente usato nel discorso educativo, ma con significati diversi, talvolta in tensione tra loro. Il risultato è che spesso, sotto la stessa parola, convivono pratiche molto distanti. Per questo vorrei chiarire cosa intendo quando la utilizzo.

Nel 1977 il sistema scolastico italiano abolì le classi differenziali e così, da allora, il riferimento divenne l’integrazione: l’inserimento nelle classi ordinarie di chi ha una disabilità o un bisogno educativo speciale, con il supporto di risorse dedicate.

A partire dalla metà degli anni Duemila si è andato affermando il termine inclusione, che sposta lo sguardo dall’adattamento del singolo alla trasformazione del contesto.

Tuttavia, pur adottando il linguaggio dell’inclusione, la scuola italiana continua in gran parte a operare entro la logica dell’integrazione. A ciò si aggiungono proposte regressive di reintroduzione delle classi differenziali.

È a partire da questa tensione tra linguaggio e pratiche che diventa utile tornare alle immagini della quotidianità educativa. L’integrazione assomiglia a un “lavoretto”: un’attività progettata in anticipo, con passaggi e risultati già definiti.

L’inclusione richiama invece un “invito al gioco” con materiali aperti: non esiste un unico risultato atteso e il contesto si trasforma progressivamente in risposta alle diverse modalità di partecipazione che emergono.

Qui, uso il termine inclusione per riferirmi al progettare contesti in cui diversi modi di percepire, muoversi, comunicare e stare in relazione possano trovare spazio e riconoscimento. Se nel “fuori” questa varietà emerge in modo più visibile, quello che lì impariamo, lo possiamo portare anche dentro.

Il collage

Le immagini nel banner del sito sono dettagli del collage dell’artista Maria Jazmín Gómez Roitberg.

L’opera è costruita a partire da carte geografiche originali di Milano e della Brianza: territori in cui vivo e lavoro.

Le mappe sono specchiate e ruotate — con curve di livello e toponimi moltiplicati simmetricamente — poi ritagliate in esagoni, una forma che si incastra permettendo di creare un tessuto continuo dove elementi distinti, accostati, formano un insieme coerente. Su questa trama si posano elementi naturali: fiori, foglie, semi. 

La disposizione degli elementi naturali si ispira all’incisione di Escher Relativity (1953) — la vedete qui sotto— in cui i personaggi camminano su piani diversi, ciascuno con una propria idea di salita e discesa. Nessuno percepisce gli altri: il piano su cui si muovono risulta così ovvio da sembrare l’unico possibile.

Questa immagine mi accompagna perché racconta bene il senso del mio lavoro: interrogare i presupposti con cui guardiamo l’educazione 0-6 per rendere visibili altri modi possibili di stare con bambini e bambine così da sostenere benessere e apprendimenti, nonché un senso di appartenenza e cura ai luoghi che abitiamo.

1. Carte geografiche di Milano e della Brianza specchiate e ruotate; 2. Gli esagoni ritagliati e accostati; 3. L’incisione “Relativity” di Escher; 4. La composizione finale con elementi naturali.

Il logo

L’esagono che uso come logo riprende l’idea della forma modulare che si connette ad altre ed è attraversato da curve di livello, le stesse delle mappe da cui nasce il collage. Questa struttura può essere letta come una possibile metafora dell’inclusione, intesa come costruzione di ambienti che si trasformano a partire dalle risorse e dai bisogni di chi vi partecipa.

In breve

Stefania Donzelli è ricercatrice indipendente e formatrice specializzata in educazione all’aperto, inclusione e neurodiversità nei servizi educativi 0–6. Ha conseguito un dottorato presso l’International Institute of Social Studies (Erasmus University Rotterdam). È co-autrice, con Michael James, di Scuole del bosco e autismo (Terra Nuova Edizioni, 2026; Jessica Kingsley Publishers, ottobre 2026) e co-fondatrice di NEA Rete – la Rete Neurodiversità ed Educazione all’Aperto. Lavora con nidi, scuole dell’infanzia, servizi e progetti educativi in Lombardia, tra Milano e la Brianza, e online.